Uno sguardo sulle mie letture

Uno sguardo sulle mie letture

venerdì

La versione di Barney Di Mordecai Richler


Da scrittore sopraffino Richler mescola abilmente romanticismo ed ilarità, spesso accompagnando le pagine con espressioni colorite e veraci, veri tratti caratteristici di un personaggio, il Panofsky, divertente, arguto, cinico, indagatore, sprezzante, ironico, molto umano e certamente "politically uncorrect".
Se la schiettezza di Barney fa sorridere, esilaranti i dialoghi tra il protagonista e Clara Chernofsky, e’ comunque la sua debolezza che conquista. Barney crolla nelle situazioni di difficoltà, si rifugia nel fumo e nell'alcool, e compie scelte di cui non è convinto, cedendo alla forza delle circostanze e alle proprie debolezze. I suoi ricordi non seguono un filo cronologico, si muovono avanti e indietro nel tempo assecondando un flusso emozionale. Barney ci parla delle sue manie, delle sue passioni per il bere, per l’hockey, per i sigari, la sua storia è un continuo incontro-scontro, amici perduti, passioni bruciate, un susseguirsi caotico ed imprevedibile di eventi. Si rimane storditi da questo effluvio debordante di parole, ma poi, dal disordine, si ritrovano i fili. Si superano le ossessioni ed emerge la storia. Tutte le tracce disseminate lungo la pista della narrazione prendono corpo. Il quadro ritorna chiaro. Tutti gli eventi, le prese di posizione, gli sfoghi assumono un significato, ed alla fine non si può non lasciarsi andare alla commozione quando si scopre, riga dopo riga, l'epilogo della vicenda e la drammaticità della fine di un uomo dalla vita realmente imprevedibile.

«Clara aveva il terrore degli incendi. “Ti rendi conto che siamo al quinto piano e che non avremmo alcuna possibilità di fuga?” . Se qualcuno bussava alla porta senza preavviso rimaneva come paralizzata. Gli amici lo sapevano e si annunciavano sempre. “Sone Leo”, oppure “Sono l’uomo nero. Mettete gli oggetti di valore in un sacco e passatemelo attraverso la porta”. Il cibo troppo condito le dava il voltastomaco. Soffriva di insonnia, ma bastava farla bere un po’  e si addormentava come un angioletto – non che ci fosse da rallegrarsene troppo, perchè col sonno arrivavano gli incubi da cui si svegliava madida di sudore. Diffidava degli estranei e ancor più degli amici. Era allergica ai frutti di mare, e a chiunque non fosse pazzo di lei. Durante il ciclo soffriva di mal di testa, crampi, nausea ed era di un umore schifoso. Aveva terrificanti attachi di eczema. Teneva chiuso in un’anfora, conto il malocchio, un intruglio di pipì e unghie tagliate. Aveva paura dei gatti, soffriva di vertigini e se sentiva un tuono impietriva. Detestava i ragni, i serpenti, l’acqua, la gente. Ed io, lettore, questa donna l’ho sposata»

sabato

L'infanzia di Gesù Di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI

Libri come questo portano delle gemme al loro interno, gemme di conoscenza, di Grazia, di Amore. Gemme nascoste sotto la terra dell’ignoranza, e che una volta scoperte valgono da sole la lettura di un libro.
Perche’ ad esempio l’angelo che si rivolte a Maria usa la parola greca «AVE», il cui significato e’ «rallerati», anche se l’annuncio che ne segue provoca turbamento nel suo cuore. Anche nella Notte Santa l’angelo dice ai pastori «vi annuncio una grande gioia». La gioia appare come dono dello Spirito Santo, con il saluto dell’angelo si qualifica l’intero annuncio cristiano: il Vangelo, la Buona Novella.
Ed allora rallegriamoci, perche’ tanto ci e’ stato dato in dono, ricordi di gioie passate, gioie viventi, lieti speranze di gioie future. Nulla deve offuscare la Buona Novella del Signore, tanto meno la Croce che ne e’ suo completamento

Educazione siberiana Di Nicolai Lilin


Il primo libro che mi e’ stato consigliato da mio nipote di 14 anni, ed a conti fatti non so se essergliene grato o spaventarmi del perche’ fra tanti  questo sia tra i libri per lui piu belli.
Un territorio di poco più di 3500 km quadrati tra la Moldavia e l’Ucraina, autoproclamatosi come Repubblica Indipendente di Pridniestrovie (o Transnistria) nel 1990. Per la sua importanza strategica fu teatro nel 1992 di una sanguinosa guerra terminata con un cessate il fuoco garantito da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria. Questa e’ la patria di Lilin, nato nell’ex Unione Sovietica da una famiglia siberiana deportata ai tempi di Stalin per le sue attività criminose.
Ma i delinquenti della Transnistria sono soggetti a codici d’onore così rigidi, da sostituire egregiamente le leggi. Tali codici sono interiorizzati come una religione laica, in cui si incastrano miti, riti ancestrali siberiani e la religione ortodossa. L'educazione siberiana che ne deriva è un'educazione antica, disciplinata, quasi sciamanica. La comunità dei criminali Urca, con il loro proprio linguaggio, con la loro arte dei tatuaggi, con le loro gerarchie familiari, con i riti delle armi, con il codice di condotta cavalleresca, e’ un’immagine perfetta di una società tradizionale e guerriera, vivente a diretto contatto con la natura e con il divino. Colpisce di questo libro il “rigore religioso” di queste persone, che è ciò che accomunava questa realtà a molte altre organizzazioni criminali; leggo questo libro e non posso esimermi dal pensare a chi oggi nella mia Sicilia commenta I tempi passati dicendo: "eh, non è più la mafia di una volta, che rispettava le regole, non uccideva bambini, non trattava e vendeva droga”, regole discutibili e comunque ora sistematicamente disattese.
La vita di Lilin è un continuo ossimoro dove si può uccidere per un insulto o un graffito e allo stesso tempo si difendono e si proteggono i disabili a costo della vita tanto da rendere la Transnistria una specie di oasi nei tempi in cui per legge in Russia era vietato tenerli nelle proprie abitazioni. Scopriamo il significato della "picca", il disprezzo per il denaro, che non si può parlare con i poliziotti, l’affascinante cerimonia del kefir bevuto in assoluto silenzio passandosi la tazza bollente di mano in mano, scopriamo che le parole una volta uscite non tornano indietro e per questo nessuno dei dialoghi con persone esterne al quartiere è spontaneo ma una sorta di recita dove anche se l’esito finale sarà l’inizio di una rissa si deve comunque augurare ogni bene al proprio nemico.  
«Dopo tanti pensieri e discussioni conme stesso sono arrivato alla conclusione che non si risolve niente con il coltello e le botte, Così sono passato alla pistol». Basta questo per far capire come situazioni di una grande drammaticità e violenza non possono nascondere un sorriso, sicuramente molto amaro, di chi, ancora bambino, vive la criminalità come una forma normale di socializzazione.
 Kolima (così viene chiamato Lilin nel suo ambiente) viene anche arrestato varie volte e viene rinchiuso in un carcere minorile. E’ stata questa la parte più difficile da leggere, perchè immaginare che ragazzini di quell’età possano fare e subire determinate cose senza che chi dovrebbe sorvegliarli faccia nulla è inaccettabile per chiunque abbia una coscienza. Una descrizione cruda della marginalità che inevitabilmente ci attrae; un percorso attraverso una storia dove l’esperienza si imprime sulla pelle con le cicatrici, e nell’anima, attraverso le gioie della semplicità e i dolori delle atrocità osservate dall’interno. Differentemente da quello che accade nelle “celebrazioni” di alcune bande criminali qui possiamo azzardare una riflessione su contenuti che inevitabilmente smuovono qualcosa dentro, che sia orrore, pena o compassione. Un libro che comunque riesce a raggiungere l’intento dello scrittore: "Volevo raccontare storie che rischiavano di perdersi, che conoscono in pochi, e renderle storie di molti. Le storie della mia gente, distrutta dal capitalismo”.  E l’autore riesce a farlo senza inventare nulla come nei romanzi noir, ne denunciando nulla con inchieste sullo stile Gomorra, ma piuttosto disegnando un tatuaggio, visto che il nostro scrittore fa di mestiere il tatuatore. Il linguaggio elementare, piano, semplice, sembra sia la conseguenza del fatto che Lilin, di madrelingua russa, scriva direttamente in italiano. Un libro che ha comunque qualche demerito, la “promessa” del prologo mai mantenuta ad esempio; ci si aspetterebbe infatti l’arrivo alle vicende cecene, ma evidentemente le pagine del libro non bastavano. A cio va aggiunto un “respiro" del libro che assomiglia ad un singhiozzo, i capitoli si espandono e contraggono, il racconto procede per parentesi e ramificazioni delle storie personali ed il libro finisce per  appassionare e stancare. Le punte di poesia, passione e violenza raggiunte (il macchinista Boris, o la figura sacerdotale del tatuatore, o la crudita del carcere) sono intervallate da noiose digressioni (la storia degli “otto triangoli” ad esempio).
Un libro da consigliare perche’ comunque unico, come tutti i libri che raccontano di mondi scomparsi, per apprendere come la vita a volte viene goduta, a volte subita, ma c’e’anche chi la combatte, giorno per giorno, difendendo una dignità che una volta persa non torna più.

« Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po' male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l'importante era riempirlo. Detto questo, se ne andò verso il villaggio.Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l'emozione di dividere la preda con i compagni.Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:"Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini . . . Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più»
 « Nella comunità degli Urca siberiani viene data la massima importanza al rapporto tra bambini e vecchi. Per questo esistono molte usanze e tradizioni che consentono ai criminali anziani con grande esperienza di partecipare all'educazione dei bambini, anche se non hanno con loro un rapporto di sangue. Ogni criminale adulto chiede a un anziano, di solito uno che non ha famiglia e abita da solo, di aiutarlo nell'educazione dei figli. Manda spesso i bambini da lui, a portargli del cibo o a dargli una mano in casa; in cambio il vecchio racconta le storie della sua vita e insegna ai bambini la tradizione criminale, i principi e le regole del comportamento, i codici dei tatuaggi e tutto quello che in qualche modo è legato all'attività criminale. Questo tipo di rapporto in lingua siberiana viene chiamato "intagliare", per la somiglianza che c'è tra l'educazione di un giovane e la lavorazione di un ceppo di legno, che da grezzo va intagliato per diventare un'opera d'arte o qualcosa di utile»
« Guarda come siamo messi, figliolo . . . Gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita . . . E cosa siamo? Un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che già hanno . . .Una volta, mentre eravamo a pesca, parlavamo proprio di felicità. A un certo punto, lui mi ha chiesto:-- Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità?-- Beh, penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici, solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti . . . -- ho risposto io. Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto: -- E lo sai perché Dio ha dato all'uomo una vita più lunga di quella degli animali? -- No, non ci ho mai pensato . . .-- Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L'uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un'altra per poterlo capire, e una terza per cercare di vivere senza sbagliare»
 «Ma come faccio a sapere che ore sono, se sono una persona felice? Lo sapete che le persone felici non contano il tempo, perché nella loro vita ogni momento scorre con piacere?»
«C’è chi la vita la gode, chi la subisce, noi la combattiamo»

giovedì

Eva dorme Di Francesca Melandri


Nell’undicesimo libro de “Il Paradiso perduto” di Milton, l’arcangelo Michele dà un sonnifero ad Eva per non farle sentire ciò che sta per rivelare ad Adamo:  la storia futura dell’umanità. Eva Huber, è una donna affermata, organizzatrice di eventi, benestante, ma anche lei e’ ignara della storia, della propria storia. Per comprenderla Eva parte, un viaggio nel viaggio;
Un viaggio nella storia dell’Italia, quando vinta la prima guerra mondiale annette il sud Tirolo, zona etnicamente tedesca. Durante il fascismo il regime decide di italianizzare la regione, sia favorendo l’immigrazione di italiani che passano da meno di diecimila nel primo dopoguerra ad oltre centomila nel secondo, sia imponendo l’”Opzione”, un accordo firmato da Hitler e Mussolini secondo il quale gli altoatesini si sarebbero potuti trasferire nella Germania nazista  e che di fatto serviva per espellere gli autoctoni che non prendevano cittadinanza italiana (sono quasi 70.000 a trasferirsi nel terzo Reich). Per chi resta vengono imposti divieti odiosi, come quello di non parlare tedesco, mentre i toponimi originari vengono sostituiti con derivati dall’italiano. Nel dopoguerra anche se il fascismo è caduto, il trattamento iniquo nei confronti degli altoatesini nella sostanza non cambia. Seguono anni di attentati, rappresaglie, militarizzazione del territorio con la costituzione ad hoc di un corpo speciale dei carabinieri. In questo quadro di violenza, e di graduale scomparsa delle più elementari norme del diritto, accaddero anche episodi estremamente gravi o che avrebbero potuto diventarlo. Come quello della mancata rappresaglia di Montassilone, il 13 settembre 1964, in val Pusteria dove in seguito all’omicidio di un carabiniere, gli abitanti del borgo rischiarono di essere fucilati per ordine di un colonnello dell’arma che aveva perso la testa.
Un viaggio nella geografia dell’Italia, 1397 chilometri in treno, dalla sua terra di mezzo, che Eva  «chiama Südtirol ma in italiano si dice Alto Adige, visto che la differenza è sempre stata quella, da dove la si guarda: da sopra o da sotto», attraverso tunnel con  striscie bianche che corrono a zigzag nel buio della galleria, con «Aranciatacquamineralecocapizzettepanini!», fino alla «visione del vasto arco dorato della costa calabrese, intervallata da fragorose oscurità: un tunnel dopo l’altro dopo l’altro. Sembra un film proiettato così lentamente da lasciar distinguere le strisce nere tra i fotogrammi». Infine la luce che «In montagna è fatta di aria e di vento, il gelo la scaglia da grandi altezze come un dardo appuntito; » ed al sud diventa  «luce liquida, densa, che non colora le cose ma ne mescola gli umori. »
Un viaggio a ritroso nel tempo, durante il quale Eva potrà riconciliarsi con le vicende private vissute da bambina senza padre.  Ce n’era stato uno, che avrebbe voluto e potuto farle da padre, salvo poi sparire senza dare più sue notizie per decenni. Ora che sta morendo, però, la chiama: vuole rivederla. Eva non ha dubbi: parte. «Solo una volta nella vita mia madre è stata certa dell’amore per un uomo, e io di quello di un padre – racconta – mentre tutti gli altri sono passati come acquazzoni estivi: ci hanno infangato le scarpe, ma lasciato i prati secchi». Quell’uomo è il carabiniere calabrese Vito Anania, spedito dall’Arma a pattugliare quelle terre rese inospitali dal terrorismo  «Avevano occhi di velluto e ciglia lunghe come bambine e, pur con le uniformi e le armi, non ci riuscivano proprio a restare marziali e anche se forse erano spaventati avevano ancora abbastanza leggerezza da fare i complimenti alle ragazze». Vito è uno di loro, quando lo promuovono brigadiere e lo assegnano al vettovagliamento della caserma si preoccupa di pagare i debiti accumulati con i commercianti locali da coloro che lo avevano preceduto. Se gli altri avevano fatto la cresta sulle forniture, lui avrebbe combattuto contro quel legittimo risentimento anti-italiano: «Li avrebbe convinti uno a uno: non tutti gli italiani sono truffatori. Anche così, pensava, si serve la patria».
Un romanzo con uno sviluppo corale, ricco di affettività, la voce di un io narrante sempre calda e carica di tenerezza, che dà un senso di pienezza vitale e leggera, anche nella descrizione dei drammi personali e collettivi.
La foto di copertina che ritrae una donna sola davanti allo spettacolo delle montagne, ricorda i quadri di Edward Hopper, dove esseri umani e paesaggi vivono in una dimensione di perfetta e struggente solitudine. Dormi Eva, cullata da queste montagne, lasciati andare al «sonno dei feti, di creatura e di creatore insieme, il sonno di un dio che sogna l’inizio del tempo: il proprio».
 La citazione:
E ora sto abbracciando mia mamma perché nulla e nessuno ci può risarcire di ciò che abbiamo perduto, neppure coloro che sono colpevoli di quelle perdite, né quelli che direttamente o meno ne sono stati l’origine o la causa, e alla fine, quando tutti i calcoli sono stati fatti e abbiamo chiaro chi ha tolto cosa e a chi e perché, e i crediti e i debiti e tutta la partita doppia delle colpe e dei risentimenti è ordinata e precisa, l’unica cosa che conta è questa: che ci possiamo ancora abbracciare, senza sprecare più nemmeno per un istante la straordinaria fortuna di essere ancora vivi.

mercoledì

Candido o l'ottimismo, di Voltaire

Storia della tradizione Zen : conversazione fra un macellaio e il suo cliente.
«”Dammi il miglior pezzo di carne che hai”, disse il cliente.
“Ogni cosa è la migliore nella mia bottega”, rispose il macellaio. “Non potrai trovare qui un pezzo di carne che non sia il migliore”»
Confesso che questo libro non mi é piaciuto molto, e non so dirvi se perché mi sia sentito piccato dall’ironia su dei principi che un po faccio miei o se per il libro in se stesso. Confesso che non so nulla (meglio, non ricordo piú nulla) dell'ottimismo leibniziano, e poco mi importa se questo racconto filosofico di Voltaire sia riuscito a confutare le dottrine ottimistiche del tempo. Non mi trovo nemmeno in disaccordo con l’assunto che se ognuno coltiva il suo giardino con i mezzi che ha a disposizione (forza divolontà e proprie capacità) accontendadosi della propria situazione e senza inseguire sogni irrealizzabili, allora possa essere padrone della propria vita. Ma é davvero cosí insensato dire che il nostro sia il migliore dei mondi possibili? Che il mondo sia pieno di dolore e di insensatezza, è cosa troppo evidente per soffermarsi asottolinearla. Ma questo dolore è davvero privo di senso? Forse io sono poco obiettivo perché credo fermamente che facciamo parte di un progetto benevolo con uno scopo ben preciso, e che questo progetto qualcuno o qualcosa l’abbia creato. Da credente trovo improbabile che ad esserne l’originatore sia una forza malevola, nemmeno i più incalliti criminali creano le cose per il solo piacere di rovinarle; semmai guastano qualche cosa che già esiste; ma chi crea, mi aspetto nutri rispetto ed amore per la propria creazione. Certo, il mio é un punto di vista umano, cosa incongrua dalmomento che l'oggetto di questa riflessione è una forza che trascende la realtà naturale in una misura che non ci è dato assolutamente neanche di immaginare; ma lasciatemi passare questo vizio di fondo. A questo punto, si tratta di vedere se abbiamo abbastanza fiducia in questo “Essere” da affidarci ad esso completamente e senza riserve, il che equivale ad accettare la vita così come essa è. Se il progetto fosse buono e diretto al bene, noi ce ne dovremmo fidare, anche e soprattutto nei passaggi più impervi della vita, quando vorremmo gridare di dolore e indignazione. «accettare la vita così come essa è» non significa in alcun modocadere in una forma di cieco fatalismo, o rinunciare ad assumere tutte quelle iniziative che il nostro senso morale ci suggerisce per sanare delle situazioni di dolore, nelle quali potremmo efficacemente intervenire o nelle quali ci sentiamo spinti ad intervenire anche sapendo che non saremo in grado di modificarle. Se è un atto di resa, lo è nel senso,dolcissimo, dell'innamorato che si abbandona fra le braccia dell'amato, del quale si fida ciecamente. Accettare la vita è sentire fortemente che nessun evento di essa, per quanto doloroso e apparentemente insensato, è inutile o assurdo; significa accettare che la vit costantemente ci presenti delle occasioni, scelte, prove; ad alcune potremo dire di sì, oppure di no, altre non potremo che accettarle, senza che ció sminuisca la nostra libertá; allora non é insensato affermare che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, perché esso prevede la coesistenza della benevolenza e dell'armonia del disegno complessivo da un lato, la nostra libertà di scelta dall'altro.
Forse sbaglio perché giudico le conclusioni del libro invece che condividere le emozioni che mi ha trasmesso, ma ho preferito esercitare….la mia libertà di scelta.

venerdì

Novecento, Un monologo Di Alessandro Baricco

Un libro che parla dell'infinito e del finito, dell’umano sentimento di ammirare il primo ma sentirsi sicuri solo vivendo il secondo.  Novecento è questo. Un libro sul  più grande pianista di tutti i tempi, Danny Boodman T.D. Novecento, il cui nome è l’unica cosa complicata di tutto un racconto, che rimane, semplicemente ed ammirevolmente, il puro dispiegarsi di una gran bella storia.
Ed e’ curioso che a spingerci ad abbandonare questo amato finito non sia la voglia di altro, del diverso, ma al contrario la voglia di conoscerlo appieno, si sentirne il grido, quel grido che accompagnandoci dal primo istante della nostra vita non siamo in grado di percepire:
« Posso rimanere anche anni, qua sopra, ma il mare non dirà mai nulla. Io adesso scendo, vivo sulla terra e della terra per anni, divento uno normale, poi un giorno parto, arrivo su una costa qualsiasi, alzo gli occhi e guardo il mare: e lì, io l'ascolterò gridare»
Ma la paura, come a volte accade ad ognuno di noi, la vince sul nostro desiderio di conoscenza, e ci capita di arrenderci sentendoci impreparati per certe sfide «La Terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare. …è il pianoforte su cui suona Dio»
Non credo ci siano sfide che non si possano affontare, credo piuttosto che a volte di fronte a cio' che ci sembra troppo grande il nostro coraggio, le nostre convinzioni, i nostri ragionamenti, tutto noi stessi…crolla, senza preavviso, come un quadro
«A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, FRAN!, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, FRAN!, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, FRAN!. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. FRAN!. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, FRAN!. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quar to, FRAN!. Non si capisce È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio»
Non ci resta che sperare che al momento opportuno sapremo scendere dagli scalini della nostra adolescenza, della nostra citta, del nostro vecchio lavoro, di quella storia senza futuro, della consuetudine, della comodita, della sicurezza….della  vita, pur amando il finito che ci lasciamo alle spalle ma fiduciosi piu' che paurosi dell’infinito che ci aspetta alla fine della scala.

Le avventure di Huckleberry Finn, Di Mark Twain


Huckleberry e’ la parola inglese/americana attribuita al mirtillo, un arbusto selvatico che cresce nelle macchie fitte dei boschi, e che ben si coniuga al carattere “selvatico” del personaggio descritto da Twain, in una storia che descrive un’America “on the road”, anzi “on the river”. Un omaggio alla ricerca della libertà intesa come fuga da ogni tipo di schiavitú, quella dai canoni civilizzati cosí come quella dalla schiavitú, in un periodo in cui le relazioni tra bianchi e neri erano ben lontane dal risolversi. Ed il messaggio e’ ancor piú forte perché Huckleberry Finn non viene da una famiglia moderna, ma é figlio di un padre ubriacone che lo picchia e di una madre di cui non si hanno notizie. Huck non cede agli schemi della società  che gli imporrebbero di non fumare, di mettersi giacche strette e camminare con le scarpe,  e denuncia le sperequazioni dell’America di quel tempo. Twain fa fare ad Huck quello che nessun ragazzino avrebbe potuto fare, aiuta Jim a liberarsi della schiavitù prima ancora che l’America si sia accorta di avere milioni di persone tenute in schiavitù e prima ancora di sentire l’esigenza di liberarle per finalmente considerarle persone degne della libertà. Mark Twain ha descritto senza incertezze un Jim  buono, profondamente amato, amante della libertà e della vita. Accanto a lui Huck vive un conflitto morale tra i valori ricevuti dalla società in cui vive e la personale amicizia ed ammirazione. Una doppia profondità di lettura, che mantiene da un lato la vivacità delle avventure tragicomiche, ma dall’altro espone le dure condizioni di vita di schiavi e appartenenti ai ceti meno abbienti, che sul finire dell’ottocento, in particolar modo nel Sud degli Stati Uniti,  sembrano uno strano mondo popolato unicamente da pregiudizi, credenze, facilonerie, truffe e stregonerie di ogni genere.
Giro l’ultima pagina e sapere Huck tornato a casa mi allieta e dispiace al contempo, perché un ragazzo come lui, vagabondo di natura, sempre in cerca di guai e avventure, non può avere una fissa dimora. Ma Twain scrive la parola fine a queste vicende senza concluderle realmente, lasciando una porta aperta alla fantasia.
 «Chi cerchi di trovare uno scopo in questa narrazione sarà perseguito a termini di legge; chi cerchi di trovare  una  morale verrà bandito;chi di trovare un intreccio fucilato» Questo é Mark Twain, un autore che si permetteva dell'ironia anche in merito alle origini cristiane degli Stati Uniti dicendo «Anche l'Inferno ha origini cristiane».