Uno sguardo sulle mie letture

Uno sguardo sulle mie letture

lunedì

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz

Ci sono storie che andrebbero lette non perche’ siano meravigliose, ne per l’accattivante stile con il quale sono descritte, ne perche’ ci illuminano su un pezzo del nostro passato da non dimenticare, ma vanno lette perche sono storie dense, colorate, vive, come puo esserlo il dolore, la rabbia, l’amore.  Le vicende della famiglia Cabral fanno parte di questo tipo di storie.
Di meraviglioso la vita di Oscar Wao ha infatti ben poco, il suo intero albero genealogico, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate. Oscar e’ lontanissimo dallo stereotipo del domenicano tutto merengue e muscoli guizzanti, un personaggio che non si dimentica facilmente, con i suoi 120 kg, l’amore per i libri, per la fantascienza e i giochi di ruolo, con i continui riferimenti al Signore degli Anelli, con i “punti carisma” assegnati alle donne piu’ belle, l’ossessione per l’amore e la paura di morire vergine. Forse e’ solo un angelo obeso, mite e spaventato, persino un po’ sciocco.  Le sue origini dominicane ne fanno il rappresentante di una delle tante facce dell'America in cui le tradizioni e le credenze di famiglia si intrecciano con i miti locali, dando vita ad una cultura multiforme che erompe dalle pagine di Junot Diaz con una parlata che include termini spagnoli e giapponesi, senza dimenticare i numerosi riferimenti al mondo nerd. E’ stato curioso aver letto questo libro dopo “L'interprete dei malanni”, di Jhumpa Lahiri, un altro romanzo di assimilazione, un’altra cronaca frammentata dell’ambivalente e inesorabile movimento dei figli degli immigrati verso una middle class che garantisca sicurezza ed agiatezza.
Ma e’ anche la storia di Santo Domingo, "la Ground Zero del Nuovo Mondo", oppressa per trent'anni dal dittatore erotomane e sanguinario Rafael Trujillo e patria del fukù, la maledizione che perseguita chiunque si azzardi a fare qualcosa contro la Repubblica Domenicana (perché, pensavate davvero che a sparare a John Fitzgerald Kennedy fossero stati un cecchino, la mafia, gli alieni, la CIA o il fantasma di Marylin Monroe? E’ stato il fukù dopo che JFK nel 1961 tramò per far assassinare Trujillo).
E quindi un consiglio a tutti: arrivati all'ultima pagina urlate un liberatorio “Zafa!” per onorare le gesta del grande Oscar Wao! 

 ****

 La citazione: 

Dicono che sia venuto dall’Africa, racchiuso nelle grida degli schiavi; che fosse l’anatema finale degli indiani Taino, pronunciato mentre un mondo moriva e un altro nasceva; o che fosse un demone, penetrato nella Creazione attraverso la porta dell’incubo dischiusa alle Antille. Fukù americanus, o più colloquialmente fukù: usato in genere per indicare qualche tipo di maledizione o sventura, e in particolare la Maledizione e la Sventura del Nuovo Mondo…

giovedì

Lacci, di Domenico Starnone


Cosa succede in una relazione quando si provano a reprimere le pulsioni vitali che arrivano dall’esterno? A quali compromessi bisogna scendere per ritrovare l’armonia? Quale memoria si conserva di un matrimonio sopravvissuto alla rottura? Quante narrazioni parallele vivono dentro il flusso uniforme dell’esistenza trascorsa sotto un medesimo tetto? Cosa vuol dire essere famiglia, essere madre e padre? Quale significato dare, oggi, alla parola responsabilità?

Il romanzo di Domenico Starnone costruisce un edificio che dà spazio a questi dubbi, e lo fa adottando diversi registri per produrre la spietata radiografia di un matrimonio distrutto dalle devastanti conseguenze di una relazione extraconiugale, delle ferite inferte e dell’impossibilità di suturarle con il perdono.

 Si inizia con la voce è Vanda, la moglie, con le sue lettere, con la furia e la lucidità di una donna ferita ma combattiva, feroce quasi.  Poi saltiamo al 2014, trentasei anni più tardi, e a prendere la parola è Aldo, il marito, già vecchio, fintamente svagato, sottilmente vile, con una prosa che si distende in una malinconia asciutta; la distanza di tempo e di prospettiva disorienta il passo di lettura, trasformando il libro da romanzo epistolare di una crisi a romanzo sulla rappresentazione di un matrimonio.  Infine arriviamo ai capitoli di Anna, la figlia minore, con i suoi rancori, fantasmi, la fame mai sopita di amore trasformata in avidità e bulimia. Sandro e Anna nella terza parte trovano il modo di raccontarsi quello che avevano vissuto senza poterlo mai dire: «I nostri genitori ci hanno rovinati. Si sono insediati nelle nostre teste, qualsiasi cosa diciamo o facciamo continuiamo a obbedire a loro». I lacci sono anche loro, i figli, usati per garantire il legame matrimoniale e ricomporre la famiglia, per far poggiare la tranquillità della casa sulle fondamenta sicure dell’ambiguità.

È un romanzo serio, perché con serietà e delicatezza vanno affrontati dei legami affettivi che stringono le persone per la vita, tra marito e moglie, tra genitori e figli. È significativo l'aver affidato l'ultima sezione del romanzo alle voci dei due figli della coppia, proprio perché hanno vissuto di riflesso il contrasto e la riunione dei genitori, possono fornirne una visione del tutto nuova e più profonda. Il finale, inaspettato, completa il romanzo perfezionando quel senso di amarezza che delicatamente increspa tutta la narrazione.

Potreste leggere nella storia lo specchio di una realtà che ti colpisce con la forza della sua normalità, potreste sentirvi coinvolti per esperienza personale, potreste anche essere infastiditi da stereotipi per voi crudeli. Comunque non troverete spazio per l'indifferenza. Unico appunto, non mi sento di consigliarne la lettura ai giovanissimi perché troppo disincantanto, troppo vissuto, forse troppo reale, ma anche troppo negativo con il suo fardello di ideali disattesi e di cattiverie talvolta inconsapevoli e talvolta meditate. E' un libro degli anta, dove chi ha già alle spalle un po' di vita può ritrovarsi in parte nei personaggi, nelle loro aspirazioni, nelle loro meschine fragilità, nella loro vigliaccheria del lasciar correre la vita su un binario morto.
 
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martedì

Il gioco di Gerald, di Stephen King

Nessun dubbio sulla capacità di narrazione di King: un solo personaggio, una sola stanza, un arco temporale ininterrotto di neppure trenta ore. Basterebbe un racconto di sole 20 pagine per descrivere l'accaduto, invece incredibilmente King dà vita a un dialogo folle, e solo apparentemente irrazionale, fra diverse parti del subconscio di Jessie, la quale ripercorre episodi che hanno segnato la sua vita da quando era bambina. Un libro sui giochi perfidi di una mente ottenebrata, ai confini della follia, in atmosfere sottilmente surreali, insidiosi flashback che si intrecciano con un il dolore fisico della protagonista, i suoi fantasmi, le visioni, la fame e la sete, l'oscura presenza di un uomo nell'angolo che non muove un muscolo per salvarla.  Tutto e’ costruito per legarvi alle vicende di Jessie, la Brava Mogliettina Burlingame, della femminista mezza matta Ruth, del Frugolino del papa, che poi sono tutte la stessa donna.
Non una storia d’orrore ma comunque estremamente angosciante. Purtroppo in certe parti si è quasi tentati di sbirciare qualche pagina più avanti per vedere cosa sta per succedere, si ha voglia di saltare quelle descrizioni dei malesseri che sembrano essere copia fedele di un'enciclopedia medica. A tratti quindi l'immedesimazione è difficile, le lettura non faticosa ma neppure entusiasmante. Ma solo a tratti. La lettura di questo libro somiglia a un incubo dal quale si vorrebbe subito uscire ma è necessario arrivare fino in fondo per potersi risvegliare e, come se non bastasse, anche il finale riserva qualche interessante passaggio macabro e cruento.
Particolarmente apprezzabile il cross over con il romanzo subito successivo, “Dolores Claiborne”, con lei bambina che si rintana nella stanza e “vede” Dolores (come Dolores “vedrà” Jessie nel libro successivo).

L'interprete dei malanni, di Jhumpa Lahiri


Un tema dominante: l'urgenza di tenere viva la propria identità in un contesto sociale e culturale diverso da quello originale.

Dei protagonisti spesso giovani, a “rischio” maggiore di una assimilazione tout court alla nuova, travolgente realtà. Uomini e donne travagliati e tormentati dalla quotidianità del loro vivere, da sentimenti e rapporti stanchi o da passioni brucianti che si estinguono con altrettanta rapidità. Rapporti amorosi, ma anche esperienze di lavoro e di vita, ricchezza, benessere, ma anche esclusione e povertà. L'abito, il cibo, il trucco, la lingua… a documentare le radici culturali diverse, a volte da rinnegare, a volte da riscoprire, a volte costretti a rispettare, spesso amate. I racconti sono toccanti, speciali, aiutano ad aprire uno spiraglio sulle acrobazie che si e’ chiamati a fare lontani da cio che il nostro cuore chiama casa.

Quando siete felici, fateci caso, Di Kurt Vonnegut


L’Università non è come la scuola, che se non ci esci da solo prima o poi ti cacciano. Potenzialmente all’Università puoi esserci di casa. Per ciò questo libro non parla ad una fascia d’età ma ad una categoria di persone, quelle pronte ma che non sanno di esserlo, quelle che pensano di aver appena finito qualcosa ma non sanno di essere solo all’inizio di tutto. Ed e’ proprio per questo “inizio” che i nove commencement speeches di Kurt Vonnegut sono stati concepiti, irriverenti, divertenti, teneri, sferzanti, piccoli gioielli pieni di humour e amore per la vita e per il prossimo. Perche’, diciamocelo, alzi la mano chi non è stato ispirato o reso entusiasta almeno una volta da uno degli insegnanti, dei professori, dei colleghi di lavoro che ha avuto lungo la propria esistenza. Chi di noi non ha mai incontrato almeno una una persona che ci ha letteralmente toccato l’anima, che ci ha spronato, che ci ha sospinto a essere migliori, a tirare fuori il meglio di noi. In questo libro non ci sono state tante formule magiche. Kurt Vonnegut rifugge le ricette facili per il successo planetario. Non ci sono uomini emaciati con il dolcevita nero che raccontano come dobbiamo "stay hungry, stay foolish" e unire i puntini e tutto andrà bene e il futuro si dispiegherà pieno di colore di fronte a noi. Cio nonostante, o proprio per questo, e’ un libro delizioso da assaporare come il cono di gelato disegnato in copertina, per finire con la soddisfazione di farsi la domanda che dà il titolo all'originale: If This Isn't Nice, What Is? Cosa c'è di più bello di questo? Perche’qualunque giornata puo’ racchiudere un istante di cui sottolineare la piacevolezza. Non i grandi trionfi ma le piccole soddisfazioni quotidiane.
E’ un elogio della semplicità, della felicità, delle piccole cose che possono cambiare il mondo. Ma non tutto il mondo, Kurt Vonnegut non è così presuntuoso, possono cambiare il nostro piccolo mondo e renderlo un posto migliore. Come?
Credendo nelle proprie passioni, non tanto per vederle realizzate, quanto per formare la propria anima. Sforzandosi di essere gentili, buoni ed onesti, perché l’odio ha creato solo distruzione.
Imparando ad amare e non abbandonare mai i libri e lo studio, perché potranno essere dei grandi compagni per la vita.
Facendo l’amore ogni volta che possiamo. Perche’ ci fa bene.

Come vedete Kurt Vonnegut non ci mette retorica, ma tanto umorismo, tanta ironia e autoironia. C’è onestà, c’è realtà, c’è passione;
Vonnegut, ateo e umanista, cita spesso e volentieri Gesù e il suo Discorso della Montagna, d’altronde “Se le cose che Gesù ha detto erano giuste, e in buona parte anche bellissime, che differenza fa se era Dio oppure no?”. Propugna una bontà basata non su presunte ricompense divine ma sulla volontà, pura e semplice, di essere persone “misericordiose e capaci” nel corso della nostra vita per star meglio con noi stessi e in mezzo agli altri.

Gustatevi questo libro come gustereste un gelato in una calda giornata estiva. Ne vale la pena.

La citazione: “un marito, una moglie e qualche figlio non fanno una famiglia, così come una Diet Pepsi e tre Oreo non fanno una colazione”

giovedì

L'asso nella manica a brandelli, di Rita Levi Montalcini


Quando il corpo è a brandelli (la manica del titolo), dentro di lui si può pescare il famoso asso che, richiamando il  gioco delle carte, è l’elemento determinante per risolvere la situazione  in positivo. L’asso è il cervello e le capacità rigenerative ad esso associate, fondate sulla plasticità e creatività,  che ne fanno costantemente uno strumento di conoscenza in continuo adattamento.
Con esempi tecnici e con biografie di grandi personaggi della storia (Michelangelo nell'arte, Galileo nella scienza, Gurion nel sociale, Russell nella filosofia, Picasso nell'ecletticità) il libro ci vorrebbe guidare ad affrontare la paura della morte e l’angoscia della vecchiaia. Ma il risultato é francamente deludente, la trattazione scientifica sembra compeltamente scissa dalle pur curate sintesi di biografie di uomini eccelsi anche in tarda età. La parte che ho trovato interessante é lo stimolante parallelo fatto tra creatività scientifica ed artistica, di cui sotto riporto un saliente estratto:

«Con la scoperta della proprietà dei circuiti nervosi di convogliare i messaggi trasmessi dai sistemi sensoriali in una forma altamente astratta ai centri cerebrali preposti alla loro elaborazione, é venuta a cadere … l’ipotesi che la creatività che si manifesta in campo scientifico e si estrinseca nella facoltà di scoprire nuovi fenomeni e leggi di natura universale differisca da quella espressa nelle opera d’arte…Per una curiosa aberrazione é invalsa la consuetudine di considerare l’attivitá dello scienziato come dedicata al rilevamento di leggi e fenomeni esistenti nel mondo che ci circonda indipendentemente dalla nostra esistenza e dalla nostra capacità di pervenire alla loro conoscenza…Cosí concepiti fenomeni e leggi naturali della natura inerte e vivente non costituiscono un fatto unico ed irripetibile. Con il tempo, altri ricercatori avrebbero formulato le stesse ipotesi e sarebbero pervenuti alle stesse scoperte. A differenza dello scienziato l’artista é visto secondo la concezione idealista, che ritiene che la realtà del mondo che ci circonda non esista al di fuori del suo riflesso nel nostro pensiero. L’artista a differenza dello scienziato creerebbe perciò la sua opera dal nulla “inventando” e non ispirandosi alle apparenze illusorie». 
Lo stesso Picasso affermava: “ Un quadro non é mai pensato e deciso anticipatamente, mentre viene composto segue il mutamento del pensiero, quand’é finito continua a cambiare, secondo il sentimento di chi lo guarda. Un quadro vive la propria vita come una persona…vive soltanto attraverso l’uomo che lo guarda”» quasi confermando  l’unicitá dell’opera dell’artista a differenza dell’opera dello scienziato

Altro spunto interessante é quello dedicato all’importanza dell’intuizione, dedizione e capacità di stupirsi:
«Albert Einstein cercò di spiegare … come il suo cervello fosse pervenuto ad elaborare le teorie che avrebbero dovuto sconvolgere radicalmente quelle preesistenti e universalmente accettate sui concetti di spazio, tempo, energia e materia, non in base a dati desunti dall’osservazione, né dal calcolo, ma…in base ad un puro gioco inventivo…Avvalorava così la teoria che la scoperta é la risultante dell’intuito …e questo scaturisce da una appassionata dedizione all’oggetto di studio. Attribuiva la sua formulazione della teoria della relatività al fatto di aver conservato per tutta la vita l’attitudine di stupore tipica dei bambini».

 La citazione
«E' l'intensità della fede in un credo quello che fa il combattente valoroso; la vittoria tocca a coloro che possiedono certezze assolute nei riguardi di problemi di fronte ai quali il dubbio sarebbe il solo atteggiamento ragionevole» Bertrand Russell, Principi di ricostruzione sociale

martedì

L'acustica perfetta di Daria Bignardi

A volte penso che il valore di un libro possa giudicarsi in base alle domande che suscita in noi e alle risposte che é in grado di associare ad esse. Ed allora provate a scorrere i seguenti interrogativi:
Conosciamo davvero le persone con cui dividiamo la nostra vita? Stiamo facendo o abbiamo fatto tutto il possibile per conoscerle?
Si può vivere senza esprimere se stessi?
Può una donna restare con il proprio compagno che pensa di amarla quando quest’ultimo non ha mai voluto conoscerla davvero?
Saremmo disposti a lasciar andare le persone che amiamo se sapessimo che solo in quel modo potrebbero essere felici?
Possono 13 anni di matrimonio e tre figli porci al riparo da questi interrogativi?
Questo libro proverà a rispondere a queste domande attraverso una delle tante unioni che sperimentano problemi di comunicazione. Donne che non parlano e vorrebbe degli uomini che sentissero, intuissero, che capissero anche quello che non viene detto. Uomini che non ascoltano o non sanno ascoltare, che danno per immutabile, acquisito, lo status quo, che sia la compagna, i figli, il lavoro,  la casa.
Ma un compagno non è solo una persona con cui dividi la casa, la spesa, le bollette, gli stress quotidiani. E', o a mio avviso dovrebbe essere, qualcuno che non si stanca mai di guardarti con autentica curiosità, che continua, anno dopo anno, a cercare di conoscerti, di capire quello che pensi. Un compagno non è qualcuno che sa cosa ti piace ma qualcuno che è animato dal desiderio di scoprirlo. Con curiosità mista a stupore e ferrea voglia di comprensione. Solo in questo scenario é possibile raggiungere “l’acustica perfetta”, quella che consente di far giungere i nostri messaggi sin nei ripiani più alti dell’altrui considerazione, amplificando ogni minimo sussulto d’amore e cosí giungendo alla percezione assoluta dell'altro.
In sintesi questo libro ci dona un percorso verso la verità che si cela al fondo di ogni relazione, verso il cuore buio che ciascuno di noi protegge anche dalle persone amate. Vicende di certo non originali, ma che rispecchiano la realtà e che sono scritte con solida credibilità, con uno stile tanto denso e avvolgente da lasciare prigionieri.

  Che dire oltre del libro?
Adorabile quell‘effetto violoncello della collina che si specchia nel lago.
Molto stimolanti due riferimenti letterari: il primo al poeta Dino Campana: “Le vite degli uomini, quando incominciano storte, nemmeno Dio le raddrizza”; il secondo al grande drammaturgo russo Tolstoj: “Chi è felice ha ragione”.
In ultimo c’é la grande attenzione per la natura, quella dell’alta valle tiberina, con i paesaggi dipinti da Piero della Francesca di Borgo Sansepolcro. C’è la Sardegna rustica, dignitosa e accogliente di Massimo. A Sara piaceva quel paesaggio inquieto, in mutazione continua di colori e odori per via del vento.


Una storia che vi consiglio di gustare in una notte o due. Ma che può farvi pensare molto più a lungo, dopo aver chiuso l’ultima pagina.

lunedì

Milioni di farfalle di Eben Alexander



Dottor Eben Alexander, 58 anni, neurochirurgo, sette giorni in coma per una meningite da Escherichia coli, al risveglio racconta di essere stato «in un mondo di nuvole bianche e rosa stagliate contro un cielo blu scuro come la notte», «popolato di esseri trasparenti e scintillanti» che «cantando» «lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente». Afferma che, «camminando su un tappeto formato da milioni di farfalle di mille colori diversi», ha visto una «grande sfera luminosa»; prende coscienza che abbiamo tutti una famiglia composta da creature che ci osservano e si prendono cura di noi e che, se ci apriamo alla loro presenza, queste sono pronte ad aiutarci a vivere il nostro tempo qui sulla terra.
Un solo mantra, come messaggio salvifico, gli viene comunicato:

“Sarai amato e protetto, affettuosamente, per sempre”
“Non hai nulla da temere”

Quando leggiamo di simili esperienze possiamo credere o meno, queste narrazioni possono esserci di conforto o lasciarci indifferenti, possono consolidare le nostre speranze o scalfire/rafforzare il nostro scetticismo.  Io non giudico l’esperienza raccontata nel libro, ma il libro in se sembra narrare questa esperienza in maniera inadeguata. Forse per l’impossibilita di descrivere con parole umane un’esperienza ultra terrena, forse per lo stile a metá tra rapporto medico e vangelo, fra dottor House e Don Matteo. In sintesi questo libro non mi é piaciuto, Einstain diceva: “Ci sono due modi di vivere la propria vita. Uno come se niente fosse un miracolo. L’altro come se tutto fosse un miracolo”, io appartengo alla seconda scuola, trovo “eventi eccezzionali” nella mia vita quotidiana, non ho bisogno di cercarli in questo libro, se voi sentite questa necessitá forse la sua lettura puó esservi di giovamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           
Quando domani arriverà senza di me (David M. Romano 1993)
Quando domani arriverà senza di me
e io non sarò là a vedere,
se il sole, sorgendo, ti troverà con gli occhi
pieni di lacrime per me,
vorrei tanto che tu non piangessi
come hai fatto oggi
mentre pensavi alle cose
che non siamo riusciti a dirci.
So che mi ami tanto
tanto quanto io amo te,
e ogni volta che mi penserai
so che io ti mancherò.
Ma quando domani arriverà senza di me
ti prego, cerca di capirmi,
è venuto un angelo che ha chiamato il mio nome
e mi ha preso per mano,
e mi ha detto che c’era un posto pronto per me
lassù in cielo, molto in alto,
e che dovevo lasciare
tutti quelli che teneramente amo.
Ma quando mi voltai per andare via,
una lacrima mi bagnò il viso
perchè per tutta la vita avevo sempre pensato
che la morte non sarebbe arrivata tanto presto.
Avevo così tanto da vivere ancora,
era rimasto così tanto da fare,
sembrava quasi impossibile
che fossi davvero sul punto di lasciarti.

Pensai a tutti i nostri ieri,
a quelli allegri e a quelli tristi,
pensai a tutto l’amore che ci eravamo donati,
e alla gioia che avevamo condiviso.
Se potessi rivivere il passato,
anche solo per un istante,
ti direi addio con un bacio
e forse ti vedrei sorridere.
Ma poi mi resi conto
che questo non poteva succedere,
che solo il vuoto e i ricordi
avrebbero preso il mio posto.
E se pensavo alle cose terrene
che avrei potuto rimpiangere domani,
pensavo a te, e quando ti pensavo
il mio cuore si riempiva di dolore.
Ma quando varcai i cancelli del Paradiso,
mi sentii immediatamente a casa,
quando Dio abbassò il suo sguardo su di me
e mi sorrise dal suo grande trono dorato,
mi disse: “Ecco l’eternità
e tutto quanto ti ho promesso.
Ormai il tuo tempo sulla terra è consumato,
ma da oggi la tua vita ricomincia qui.
Non ti prometto nessun domani,
ma il tuo oggi durerà per sempre,
e poichè ogni giorno sarà così
non sentirai nostalgia del passato.
Sei stato molto fedele,
sei stato fiducioso e sincero,
anche se talvolta hai commesso errori
che sapevi di non dover fare.
Ma sei stato perdonato
e ora sei finalmente libero.
Vuoi darmi la mano
e condividere la vita con me?”
Così quando domani arriverà senza di me,
non pensare che siamo lontani,
perchè ogni volta che mi penserai
io ci sarò, in fondo al tuo cuore.

Quando domani arriverà senza di me
e io non sarò là a vedere,
se il sole, sorgendo, ti troverà con gli occhi
pieni di lacrime per me,
vorrei tanto che tu non piangessi
come hai fatto oggi
mentre pensavi alle cose
che non siamo riusciti a dirci.
So che mi ami tanto
tanto quanto io amo te,
e ogni volta che mi penserai
so che io ti mancherò.
Ma quando domani arriverà senza di me
ti prego, cerca di capirmi,
è venuto un angelo che ha chiamato il mio nome
e mi ha preso per mano,
e mi ha detto che c’era un posto pronto per me
lassù in cielo, molto in alto,
e che dovevo lasciare
tutti quelli che teneramente amo.
Ma quando mi voltai per andare via,
una lacrima mi bagnò il viso
perchè per tutta la vita avevo sempre pensato
che la morte non sarebbe arrivata tanto presto.
Avevo così tanto da vivere ancora,
era rimasto così tanto da fare,
sembrava quasi impossibile
che fossi davvero sul punto di lasciarti.

Pensai a tutti i nostri ieri,
a quelli allegri e a quelli tristi,
pensai a tutto l’amore che ci eravamo donati,
e alla gioia che avevamo condiviso.
Se potessi rivivere il passato,
anche solo per un istante,
ti direi addio con un bacio
e forse ti vedrei sorridere.
Ma poi mi resi conto
che questo non poteva succedere,
che solo il vuoto e i ricordi
avrebbero preso il mio posto.
E se pensavo alle cose terrene
che avrei potuto rimpiangere domani,
pensavo a te, e quando ti pensavo
il mio cuore si riempiva di dolore.
Ma quando varcai i cancelli del Paradiso,
mi sentii immediatamente a casa,
quando Dio abbassò il suo sguardo su di me
e mi sorrise dal suo grande trono dorato,
mi disse: “Ecco l’eternità
e tutto quanto ti ho promesso.
Ormai il tuo tempo sulla terra è consumato,
ma da oggi la tua vita ricomincia qui.
Non ti prometto nessun domani,
ma il tuo oggi durerà per sempre,
e poichè ogni giorno sarà così
non sentirai nostalgia del passato.
Sei stato molto fedele,
sei stato fiducioso e sincero,
anche se talvolta hai commesso errori
che sapevi di non dover fare.
Ma sei stato perdonato
e ora sei finalmente libero.
Vuoi darmi la mano
e condividere la vita con me?”
Così quando domani arriverà senza di me,
non pensare che siamo lontani,
perchè ogni volta che mi penserai
io ci sarò, in fondo al tuo cuore.