Uno sguardo sulle mie letture

Uno sguardo sulle mie letture

mercoledì

Candido o l'ottimismo, di Voltaire

Storia della tradizione Zen : conversazione fra un macellaio e il suo cliente.
«”Dammi il miglior pezzo di carne che hai”, disse il cliente.
“Ogni cosa è la migliore nella mia bottega”, rispose il macellaio. “Non potrai trovare qui un pezzo di carne che non sia il migliore”»
Confesso che questo libro non mi é piaciuto molto, e non so dirvi se perché mi sia sentito piccato dall’ironia su dei principi che un po faccio miei o se per il libro in se stesso. Confesso che non so nulla (meglio, non ricordo piú nulla) dell'ottimismo leibniziano, e poco mi importa se questo racconto filosofico di Voltaire sia riuscito a confutare le dottrine ottimistiche del tempo. Non mi trovo nemmeno in disaccordo con l’assunto che se ognuno coltiva il suo giardino con i mezzi che ha a disposizione (forza divolontà e proprie capacità) accontendadosi della propria situazione e senza inseguire sogni irrealizzabili, allora possa essere padrone della propria vita. Ma é davvero cosí insensato dire che il nostro sia il migliore dei mondi possibili? Che il mondo sia pieno di dolore e di insensatezza, è cosa troppo evidente per soffermarsi asottolinearla. Ma questo dolore è davvero privo di senso? Forse io sono poco obiettivo perché credo fermamente che facciamo parte di un progetto benevolo con uno scopo ben preciso, e che questo progetto qualcuno o qualcosa l’abbia creato. Da credente trovo improbabile che ad esserne l’originatore sia una forza malevola, nemmeno i più incalliti criminali creano le cose per il solo piacere di rovinarle; semmai guastano qualche cosa che già esiste; ma chi crea, mi aspetto nutri rispetto ed amore per la propria creazione. Certo, il mio é un punto di vista umano, cosa incongrua dalmomento che l'oggetto di questa riflessione è una forza che trascende la realtà naturale in una misura che non ci è dato assolutamente neanche di immaginare; ma lasciatemi passare questo vizio di fondo. A questo punto, si tratta di vedere se abbiamo abbastanza fiducia in questo “Essere” da affidarci ad esso completamente e senza riserve, il che equivale ad accettare la vita così come essa è. Se il progetto fosse buono e diretto al bene, noi ce ne dovremmo fidare, anche e soprattutto nei passaggi più impervi della vita, quando vorremmo gridare di dolore e indignazione. «accettare la vita così come essa è» non significa in alcun modocadere in una forma di cieco fatalismo, o rinunciare ad assumere tutte quelle iniziative che il nostro senso morale ci suggerisce per sanare delle situazioni di dolore, nelle quali potremmo efficacemente intervenire o nelle quali ci sentiamo spinti ad intervenire anche sapendo che non saremo in grado di modificarle. Se è un atto di resa, lo è nel senso,dolcissimo, dell'innamorato che si abbandona fra le braccia dell'amato, del quale si fida ciecamente. Accettare la vita è sentire fortemente che nessun evento di essa, per quanto doloroso e apparentemente insensato, è inutile o assurdo; significa accettare che la vit costantemente ci presenti delle occasioni, scelte, prove; ad alcune potremo dire di sì, oppure di no, altre non potremo che accettarle, senza che ció sminuisca la nostra libertá; allora non é insensato affermare che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, perché esso prevede la coesistenza della benevolenza e dell'armonia del disegno complessivo da un lato, la nostra libertà di scelta dall'altro.
Forse sbaglio perché giudico le conclusioni del libro invece che condividere le emozioni che mi ha trasmesso, ma ho preferito esercitare….la mia libertà di scelta.

venerdì

Novecento, Un monologo Di Alessandro Baricco

Un libro che parla dell'infinito e del finito, dell’umano sentimento di ammirare il primo ma sentirsi sicuri solo vivendo il secondo.  Novecento è questo. Un libro sul  più grande pianista di tutti i tempi, Danny Boodman T.D. Novecento, il cui nome è l’unica cosa complicata di tutto un racconto, che rimane, semplicemente ed ammirevolmente, il puro dispiegarsi di una gran bella storia.
Ed e’ curioso che a spingerci ad abbandonare questo amato finito non sia la voglia di altro, del diverso, ma al contrario la voglia di conoscerlo appieno, si sentirne il grido, quel grido che accompagnandoci dal primo istante della nostra vita non siamo in grado di percepire:
« Posso rimanere anche anni, qua sopra, ma il mare non dirà mai nulla. Io adesso scendo, vivo sulla terra e della terra per anni, divento uno normale, poi un giorno parto, arrivo su una costa qualsiasi, alzo gli occhi e guardo il mare: e lì, io l'ascolterò gridare»
Ma la paura, come a volte accade ad ognuno di noi, la vince sul nostro desiderio di conoscenza, e ci capita di arrenderci sentendoci impreparati per certe sfide «La Terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare. …è il pianoforte su cui suona Dio»
Non credo ci siano sfide che non si possano affontare, credo piuttosto che a volte di fronte a cio' che ci sembra troppo grande il nostro coraggio, le nostre convinzioni, i nostri ragionamenti, tutto noi stessi…crolla, senza preavviso, come un quadro
«A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, FRAN!, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, FRAN!, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, FRAN!. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. FRAN!. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, FRAN!. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quar to, FRAN!. Non si capisce È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio»
Non ci resta che sperare che al momento opportuno sapremo scendere dagli scalini della nostra adolescenza, della nostra citta, del nostro vecchio lavoro, di quella storia senza futuro, della consuetudine, della comodita, della sicurezza….della  vita, pur amando il finito che ci lasciamo alle spalle ma fiduciosi piu' che paurosi dell’infinito che ci aspetta alla fine della scala.

Le avventure di Huckleberry Finn, Di Mark Twain


Huckleberry e’ la parola inglese/americana attribuita al mirtillo, un arbusto selvatico che cresce nelle macchie fitte dei boschi, e che ben si coniuga al carattere “selvatico” del personaggio descritto da Twain, in una storia che descrive un’America “on the road”, anzi “on the river”. Un omaggio alla ricerca della libertà intesa come fuga da ogni tipo di schiavitú, quella dai canoni civilizzati cosí come quella dalla schiavitú, in un periodo in cui le relazioni tra bianchi e neri erano ben lontane dal risolversi. Ed il messaggio e’ ancor piú forte perché Huckleberry Finn non viene da una famiglia moderna, ma é figlio di un padre ubriacone che lo picchia e di una madre di cui non si hanno notizie. Huck non cede agli schemi della società  che gli imporrebbero di non fumare, di mettersi giacche strette e camminare con le scarpe,  e denuncia le sperequazioni dell’America di quel tempo. Twain fa fare ad Huck quello che nessun ragazzino avrebbe potuto fare, aiuta Jim a liberarsi della schiavitù prima ancora che l’America si sia accorta di avere milioni di persone tenute in schiavitù e prima ancora di sentire l’esigenza di liberarle per finalmente considerarle persone degne della libertà. Mark Twain ha descritto senza incertezze un Jim  buono, profondamente amato, amante della libertà e della vita. Accanto a lui Huck vive un conflitto morale tra i valori ricevuti dalla società in cui vive e la personale amicizia ed ammirazione. Una doppia profondità di lettura, che mantiene da un lato la vivacità delle avventure tragicomiche, ma dall’altro espone le dure condizioni di vita di schiavi e appartenenti ai ceti meno abbienti, che sul finire dell’ottocento, in particolar modo nel Sud degli Stati Uniti,  sembrano uno strano mondo popolato unicamente da pregiudizi, credenze, facilonerie, truffe e stregonerie di ogni genere.
Giro l’ultima pagina e sapere Huck tornato a casa mi allieta e dispiace al contempo, perché un ragazzo come lui, vagabondo di natura, sempre in cerca di guai e avventure, non può avere una fissa dimora. Ma Twain scrive la parola fine a queste vicende senza concluderle realmente, lasciando una porta aperta alla fantasia.
 «Chi cerchi di trovare uno scopo in questa narrazione sarà perseguito a termini di legge; chi cerchi di trovare  una  morale verrà bandito;chi di trovare un intreccio fucilato» Questo é Mark Twain, un autore che si permetteva dell'ironia anche in merito alle origini cristiane degli Stati Uniti dicendo «Anche l'Inferno ha origini cristiane».

giovedì

Fahrenheit 451, di Ray Bradbury


Scritto negli anni 50 da Ray Bradbury è uno di quei libri che insieme a 1984 di George Orwell e Brave New World di Aldous Huxley (ancora non letto... ma rimedieró presto) forma un piccolo sottogenere del romanzo definibile come dystopia, ovvero la descrizione di una società indesiderabile in opposizione all’utopia. Tutti e tre gli autori partendo dalle esperienze passate dei regimi totalitari hanno cercato di immaginare come la società si sarebbe potuta evolvere, intuendo il ruolo crescente e dominante della tecnologia nella vita dell'uomo e l’abuso che i governi potrebbero farne ai fini del controllo sull'individuo. I libri vengono bruciati (Fahrenheit 451 è la temperatura alla quale brucia la carta) perché un popolo che pensa non fa comodo ad uno stato di regime, senza i libri diventiamo una massa incolta di ignoranti facilmente manovrabili dai potenti. In questo scenario emerge un protagonista che odora di cherosene, che ha il simbolo d’una salamandra sul braccio e un disco con una fenice sul petto, indossa un elmetto nero, una giubba ignifuga e prova gioia nell’appiccare il fuoco alla conoscenza proibita.
Ma la condanna palese del libro (almeno nelle intenzioni dello scrittore, come precisato in alcune interviste) non é per la censura governativa, ma per la superficialità della televisione; ed é qui la vera preveggenza di Bradbury, capire che la televisione distruggerá l'interesse nella lettura, lui stesso dirá: “La televisione ti dice quando ha vissuto Napoleone, ma non chi era…In televisione  ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione, finchè non ti senti pieno”.
Leggete questo libro allora in nome dei libri d'ogni genere, patrimoni da preservare nel tempo e da proteggere non (o non solo) contro la violenza repressiva del potere, atta a manipolarli, demonizzarli,bruciarli,  ma difenderli dall’oblio e dal disinteresse in cui NOI li gettiamo preferendogli quella televisione priva di creatività, originalità, dove tutto è omogeneo, immergendoci comodamente in un ovattato stato di apatia. «I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci»
Se ci abbandoniamo alla televisione, quella becera fatta da veline e reality, come elemento ossessivo di comunicazione allora una società dove i cittadini rispettosi della legge devono utilizzarla per istruirsi, (dis-)informarsi, imparare a ragionare secondo etichette di regime non sará piú una (triste) premonizione.
Ed allora moment veri, intimi, unici saranno una chimera, piccoli fari lontani nella nostra memoria: «Una volta, quand'era bambino, essendo venuta a mancare la luce, sua madre aveva trovata e accesa un'ultima candela e c'era stata una breve ora di riscoperta, un'ora di tale interiore illuminazione, che lo spazio perdeva le sue vaste dimensioni per trarsi confortevolmente loro intorno, soltanto intorno a loro, madre e figlio, che, trasformati, s'erano messi a sperare che la luce elettrica tardasse un bel po' a tornare».
Ma in questo senso il libro lascia una speranza perché anche nella società più tecnologicamente avanzata ed opprimente possono esistere persone che silenziosamente resistono al sistema…gli uomini-libro sono una delle piú belle immagini regalatami dalla lettura di Fahrenheit 451. Ognuno di loro s’identifica con un libro, quello che ha appreso a memoria. In un luogo dove i libri sono stati fisicamente distrutti, uomini di valore li hanno posti negli scaffali della mente.
E cos’é questo leggere/vivere con «una specie di fame gentile» interessandosi ad ogni cosa con instancabile curiositá, rinnovata sorpresa, questo scrivere recensioni, sottolineare e condividere le frasi che piú ci hanno colpito se non un preservare «le cose che temevamo di poter dimenticare».

"Gran Dio, ma come è potuto accadere tutto ciò?" disse Montag. "Non piú tardi dell'altra sera, ogni cosa era perfetta, poi, ad un tratto, mi sono accorto che stavo affogando. Per quante volte un uomo può andare a fondo e rimanere vivo? Io non posso piú respirare. Beatty è morto ed era mio amico un tempo, Millie se n'è andata, la credevo mia moglie, ma ora non ne sono piú tanto certo. E la casa è bruciata da cima a fondo. Non ho piú lavoro, sono in fuga e lungo la strada ho anche nascosto dei libri in casa di un milite del fuoco. Gesú, le cose che ho fatto in una sola settimana!"
"Hai fatto quello che non hai potuto a meno di fare. Era da un pezzo che l'esito maturava."
"Sì, è una cosa che credo anch'io, se non altro. È un esito che si è accumulato gelosamente nell'ombra per aver luogo. Accumulavo come dei risparmi senza saperlo, andavo in giro qua e là facendo una cosa e volendone fare un'altra. Signore, c'era già tutto dentro di me. È straordinario che non me lo si vedesse addosso, come se fosse del grasso. Ed ora sono qua, a buttare all'aria anche la tua vita. Potrebbero avermi pedinato fin qua."
"Mi sento vivo per la prima volta da non so piú quanti anni" disse Faber. "Sento di stare facendo quello che avrei dovuto fare cinquant'anni fa

martedì

Emmaus, di Alessandro Baricco

Uno fra I libri piú belli letti nel 2011, semplice e veritiera mi e’ sembrata la descrizione della fiducia filiale:
«Abbiamo una fiducia cieca nei nostri genitori, quello che vediamo in casa è il giusto ed equilibrato andare delle cose, il protocollo di ciò che consideriamo una sanità mentale. Adoriamo i nostri genitori per questo - ci mantengono al riparo da qualsiasi anomalia. Così non esiste l'ipotesi che loro, per primi, possano essere un'anomalia - una malattia. Non esistono madri malate, ma solo stanche. I padri non falliscono mai, sono a volte nervosa… come rettili di palude conosciamo solo quel mondo, e la palude è per noi la normalità.Per questo siamo in grado di metabolizzare incredibili dosi di infelicità scambiandole per il doveroso corso delle cose: non sfiora il sospetto che nascondano ferite da curare, e fratture da ricomporre»
«Non posso fare questo a mio padre… Ci disarma, infatti, l'inclinazione a pensare che la nostra vita sia, innanzitutto, un frammento conclusivo della vita dei nostri genitori, solo affidato alla nostra cura. Come se ci avessero incaricato, in un momento di stanchezza, di tenere un attimo quell'epilogo per loro prezioso- ci si aspetta da noi che lo restituissimo, prima o poi, intatto. L'avrebbero poi ricollocato a posto, formando la rotondità di una vita compiuta, la loro. Ma ai nostri padri stanchi, che si erano fidati di noi, noi restituiamo il taglio di cocci affilati, oggetti scappati di mano. Nel sordo strisciare di un simile fallimento, non troviamo il tempo di riflettere, nè la luce di una ribellione. Solo l'immobilità sorda della colpa. Così tornerà nostra, la nostra vita, quando sarà ormai troppo tardi»
Convincente la rilettura del Vangelo a umanizzare le nostre temporanee ma quotidiane cecitá:
«Nei Vangeli c'è un episodio che amiamo molto, come il nome che porta, Emmaus. Qualche giorno dopo la morte di Cristo, due uomini camminano per la strada che conduce alla cittadina di Emmaus, discutendo di ciò che è successo sul Calvario, e di alcune voci,strane, di sepolcri aperti e tombe vuote. Si avvicina un terzo uomo e domanda loro di cosa stanno palrando. Allora i due gli raccontano della morte di Cristo e ogni cosa. Lui ascolta. Più tardi fa per andarsene, ma i due gli dicono di restare a mangiare con loro, che ormai è già sera. E lui rersta con loro. Durante la cena l'uomo spezza il pane, con tranqullità, con naturalezza. Allora i due riconoscono in lui il Messia, ma lui sparisce. Rimasti soli, i due si chiedono: Come abbiamo potuto non capire? Per tutto il tempo che è stato con noi, il Messia era con noi, e noi non ce ne siamo accorti. Ci piace la linearità - quanto è semplice la storia. E come tutto è reale, senza fronzoli. Non fanno che gesti elementari, necessari, tanto che alla fine il disparire di Cristo sembra un fatto scontato, quasi una consuetudine. Ci piace la linearità, ma non basterebbe tanto a farci amare quella storia, che invece amiamo così tanto, ma per un'altra ragione ancora, questa: in tutta la storia, ognuno non sa. All'inizio Gesù stesso sembra non sapere di sé, e della sua morte. Poi loro che non sanno di lui, della sua resurrezione. E alla fine si chiedono: come abbiamo potuto? Noi conosciamo quella domanda. Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla stessa tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli - li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli, a Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo - fidandoci di un Dio che non sa di se stesso. Per questo conosciamo l'avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo - perenne scoprta tardiva. Ci sarà, forse, un gesto che ci farà capire. Ma per adesso noi viviamo, tutti.»
Mi sono ritrovato nella descrizione dei Cristiani:
«Cresciamo, nell’idea di essere degli eroi – ma tuttavia di un tipo strano, che non discende nella tipologia classica dell’eroe – non amiamo infatti le armi, né la violenza, né la lotta animale. Siamo eroi femmina per quel nostro insinuarci nelle bagarre a mani nude, forti di un candore infantile e invincibile nel nostro assetto che è irritante modestia. Strisciamo tra le ruote dentate del mondo a fronte alta ma con il passo degli ultimi – lo stesso passo schifosamente umile, e fermo, con cui Gesu’ di Nazareth cammino’ il mondo per tutta la sua vita publica, fissando prima che una dottrina religiosa un modello di comportamento….Nel fondo di questa epopea rovesciata, troviamo Dio. È un passo naturale, che viene da sé. Crediamo così tanto in ogni creatura, che ci risulta normale pensare ad una creazione. Un gesto sapiente che chiamiamo con il nome di Dio.»
Cosí come nei passati dubbi atei:
«nell’assenza di senso, il mondo pur tuttavia accade, e in quell’acrobazia di esistere senza coordinate c’è una bellezza, perfino una nobiltà, talvolta, che noi non sappiamo – come una possibilità di eroismo a cui non abbiamo mai pensato, l’eroismo di una qualche verità. E riconosci questo, coi tuoi occhi, nel fissare il mondo, anche una sola volta, allora sei perduto. E in quell’attimo Dio sfuma come un ripiego infantile»
Baricco scrive di religione senza abbandoarsi in banalitá, di orge senza cadere nel volgare, di omicidi senza scadere nella violenza, di passione vestendola di desiderio ma anche di martirio, di padre e figli senza tradire la veritá.

Ed adesso vi lascio alla descrizione di una icona della Madonna che ritroverete nel libro:
"È la pagina di un libro. Quei libri grandi d’arte, patinati. Da una parte c’è solo testo, dall’altra la Madonna – col Bambino. È importante dire che un solo sguardo la può abbracciare interamente – una lettera dell’alfabeto. Benché siano molte le cose distinte che figurano nel quadro, bocca, mani, occhi – e due cose più distinte di altre, la madre e il bambino. Ma sciolte in un’immagine che è chiaramente una, e sola, nel nero, intorno.
È una vergine – questo occorre ricordarlo.
La verginità della madre di Gesù è un dogma, stabilito dal Concilio di Costantinopoli nel 553, quindi è materia di fede. In particolare, la Chiesa cattolica, quindi noi, crede che la verginità di Maria sia da considerare perpetua – cioè effettiva prima, durante e dopo il parto. Dunque questo quadro ritrae una madre vergine e il suo bambino.

Va detto che lo fa come se infinite madri vergini di infiniti bambini fossero state richiamate lì, dalla distanza in cui dimoravano, a convenire in un’unica possibilità, dimentiche delle trascurabili differenze e singolarità – richiamate a un unico stare, di riassuntiva intensità. Ogni madre vergine e ogni bambino, quindi – questo anche è importante. In un gesto dolce della Madonna, ad esempio, è raccolta la memoria intera di ogni dolcezza madre – reclina la testa da un lato, la sua tempia tocca quella del Bambino, passa la vita, pulsa il sangue – nel tepore.
Il Bambino ha gli occhi chiusi e la bocca spalancata – agonia, profezia di morte, o solo fame. La madre vergine gli regge il mento con due dita – una cornice. Bianche le fasce del bambino, porpora la veste della madre vergine . nero il velo, sceso su tutt’e due.
Totale è l'immobilità. Non c'è peso che debba cadere, o piega fermata in qualche sciogliersi, o gesto da portare a termine. Non c'è arresto del tempo, non è il taglio tra un prima e un dopo - è sempre.
Sul volto della madre vergine, una mano non vista ha scostato ogni espressione possibile, lasciando un segno che significa solo se stesso.
Un'icona.
Se la si fissa a lungo, gradatamente lo sguardo vi si inabissa, seguendo una traccia che sembra obbligata - quasi un'ipnosi. Così si disfa ogni particolare, e alla fine la pupilla non ha più movimento, nel vedere, ma resta fissa in un unico punto, dove vede tutto - il quadro intero, e ogni mondo convocato lì.
Quel punto è dove sono gli occhi. Sul volto della Madonna, gli occhi. Era norma di bellezza che non esprimessero niente. Vuoti – non guardano infatti, ma sono fatti per ricevere lo sguardo. Sono il cuore cieco del mondo.
Quanta maestria deve essere occorsa per ottenere tutto ciò. Quanti errori prima di ottenere quella perfezione. Per generazioni si sono passati il lavoro, senza mai perdere la fiducia di saperlo fare, prima o poi. Quale urgenza li spingeva, perché tanta cura? A quale promessa tenevano fede? Cosa andava salvo, per i figli dei figli, nel lavoro delle loro mani?
L’ambizione che abbiamo imparato – ecco cosa.
Un messaggio segreto, nascosto sul retro del culto e della dottrina. La memoria di una madre vergine. Divinità impossibile in cui riposava, placato, tutto ciò che nell'esperienza umana conoscevano come strazio e squarcio. In lei adoravano l'idea che in un'unica bellezza potesse ricomporsi ogni contrario, e tutti gli opposti. Sapevano che nel sacro questo si impara, la nascosta unità degli estremi, e la capacità che abbiamo di rievocarla in un unico gesto, compiuto - sia esso un quadro o una vita intera. Vergine e madre - arrivarono a immaginarla come riposo, e perfezione. Non si placarono fino a quando non la videro, generata dalla loro maestria.
Così la promessa è stata mantenuta, e i figli dei figli hanno ricevuto in eredità coraggio e follia. Più di ogni inclinazione morale, e nel rovescio di tutte le dottrine, ciò che abbiamo ricevuto dalla nostra formazione religiosa è stato innanzitutto un modello formale – un modello ossessivamente ripetuto nella violenza delle immagini che ci raccontavano la buona novella. La stessa unità folle della Vergine madre dimora nell’estasi dei martiri, è in ogni apocalisse che è inizio dei tempi, e nel mistero dei demoni, che erano angeli. Nel modo più alto, e carogna, dimora nella nostra icona ultima e definitiva, quella del Cristo inchiodato sulla croce – ricomposizione di vertiginosi estremi, padre figlio spirito santo, in un unico cadavere, che è Dio e non lo è. Dell’aporia per eccellenza abbiamo fatto un feticcio – siamo gli unici che adorano un dio morto. E allora come potevamo non imparare, innanzitutto, questa capacità di impossibile – e l’ambizione a colmare qualsiasi distanza? Così, mentre ci insegnavano la retta via, noi già eravamo ragnatele di sentieri, e ovunque era la nostra meta.
Ci hanno taciuto che era così difficile. Quindi tracciamo madonne imperfette, sorpresi di non trovare al termine quegli occhi vuoti – ma invece dolore e rimorso. Per questo ci feriamo e moriamo. Ma è solo una questione di pazienza. Di esercizio.
Dice il Santo che è come le dita di una mano. Si tratta solo di chiuderle lentamente, nella forza di una stretta mite – dovessimo metterci una vita intera. Dice che non dobbiamo spaventarci, e che se siamo tutto, questa è la nostra bellezza, non la nostra malattia. E' il rovescio dell'orrore»

giovedì

Aleph, di Paulo Coelho


Premessa: mi sono sempre piaciuti i libri di coelho, e le recensioni fatte finora lo testimoniano, ma ho provato a commentare questo libro facendo a meno di alcune parole:
“ricerca del sé”,  “equilibrio interiore”, “cammino-viaggio personale”,
e non ci sono riuscito. Certo, mi si puó obiettare che con questi temi si potrebbero scrivere i piú bei libri mai esistiti, ma il problema é che questo libro per me non rientra tra quelli; mi aspettavo qualcosa di nuovo, di originale, di straordinariamente semplice eppure comunicativo...e non ho trovato nulla di tutto questo.
Stufo di trovare strade che risolvano i dilemmi interiori che lacerano l’animo,
«si puo deviare dal cammino tracciato da Dio? Si, ma e' sempre un errore. Si puo evitare il dolore? Si, ma non si imparera mai niente. Si puo conoscere le cose senza sperimentarle davvero? Si, ma non ti apparterranno veramente»

 di connessioni attraverso sentieri diversi a tutti coloro che intraprendono il viaggio della vita, stufo di folgoranti  ma discutibili definizioni
«Nella magia – e nella vita – c’è solo il momento presente, L’ORA. Non si misura il tempo come si calcola la distanza tra due punti», «Chi conosce Dio non lo descrive. Chi descrive Dio non lo conosce»

 stufo di sentirmi ripetere che ogni ostacolo può essere saltato, ogni paura dissolta nel mare infinito delle possibilità della vita, che sta a noi e solo a noi scegliere.
 Ed allora il ''Trasforma il tuo destino. Riscrivi la tua vita'' mi é sembrata la commerciale etichetta attaccata sulla CocaCola, e le istruzioni su come affrontare le proprie paure, credere nel proprio istinto e aprire la mente...puro merchandising; la serie di metafore spirituali, profezie e incontri che tracciano il sentiero per giungere  quello che viene definito “Aleph”...vuote e silenti.  Sono certo che altri fan di Paulo Coelho troveranno nell’Aleph un inno alla vita, che piacerà, magari saranno stregati da questo percorso esistenziale, a tratti mistico, in un vissuto di fragilità presente e vite passate, alla ricerca di amore e perdono. Forse le mie aspettative erano troppo alte, o forse mi sorprendo a non amare piú quest’autore.

«non sono uno straniero, perché non mi sono mai fermato a pregare per tornare indietro sano e salvo, perché non ho sprecato il mio tempo immaginando come sarebbero stati la mia casa, il mio tavolo, il mio lato del letto. Non sono uno straniero perché tutti siamo sempre in viaggio, perché ci poniamo le stesse domande e viviamo la stessa stanchezza, le stesse paure, lo stesso egoismo e la stessa generositá. Non sono uno straniero perché, quando ho avuto bisogno, sono stato soccorso. Quando ho bussato, la porta si é aperta. Quando ho cercato, ho trovato cio che volevo»

martedì

L'amante, di Marguerite Duras

Ne “L’Amante” l’autrice si interroga senza sosta  sulla sua vita, schiacciata dai pregiudizi sociali ed alla ricerca di un varco per raggiungere la luce; sul silenzio che, spesso, ne prende il sopravvento; sul passato, narrato per immagini che si sovrappongono nel lento scorrere delle acque del Mekong, ma il cui succedersi cronologico é sconvolto mescolando pensieri e ricordi in un caos di reale memoria e oblio.

Al centro di queste immagini la nostra protagonista:
«Ho capelli folti, soffici, sensibili, una massa ramata che scende fino alla vita. Mi sento ripetere che sono quanto ho di più bello e io ne deduco che non sono bella»...«Sono come voglio apparire, anche bella se gli altri lo vogliono, o carina, carina diciamo per i familiari, per loro e basta, insomma posso diventare come gli altri vogliono che sia. E crederci. Anche credere che sono affascinante. Dal momento che lo credo, so anche farlo diventare vero agli occhi di chi mi vede e desidera che io sia di suo gusto. Così, in tutta onestà, posso essere affascinante...So che a far bella una donna non sono né i vestiti, né le cure di bellezza, né il prezzo degli unguenti, né la rarità e il valore intrinseco degli ornamenti. So che il problema è un’altro....Non c'era da attirare il desiderio. Il desiderio era in colei che lo provocava o non esisteva. C'era fin dal primo sguardo o non era mai esistito. Era l'immediata intesa sessuale tra due persone o non era niente»

E’una ragazzina francese che intrattiene una relazione con un giovane cinese miliardario dal futuro già confezionato su misura secondo tradizioni immutabili «Il suo eroismo sono io, il suo servilismo è il denaro paterno», troppo ricco lui e troppo giovane ed indigente lei perché questo rapporto non venga scambiato per prostituzione. La protagonista accetta l’iniziazione all’amore forse per una curiosità famelica nei confronti di una vita incomprensibile, scoprendo nel giovane innamorato una dimensione del sentimento assolutamente nuova, difficile da confrontare con gli affetti fino a quel momento vissuti.
Osa ammettere che probabilmente quello era davvero amore solo quando vi rinuncia:
 «tutto a un tratto non era più sicura di non averlo amato, solo che quell'amore non l'aveva visto perché si era perso nella storia come acqua nella sabbia».
Una separazione fisica ma non spirituale, che li lega ancora nel tempo:
LEI: «quando l'ho lasciato, per due anni non mi sono avvicinata a un uomo. Ma forse questa inesplicabile fedeltà era fedeltà a me stessa»,
LUI «Il ricordo della ragazza bianca, il suo corpo doveva esser lì, sdraiato attraverso il letto. A lungo lei deve essere rimasta la padrona del suo desiderio, ciò che per lui significava emozione, immensità della tenerezza, cupa e terribile profondità della carne».
LORO «Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, i libri, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’aveva riconosciuto dalla voce. Le aveva detto, volevo solo sentire la tua voce. Lei aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava e in quel tremito, improvvisamente, lei aveva ritrovato l’accento cinese.  … E poi sembrava che non avesse altro da dire. Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe mai potuto smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte»
La colonna sonora é data dalle «grida da melodramma » della madre, dal silenzio o dalle botte dei fratelli, dai gemiti dell’amante appassionato e dai sussurri scandalistici delle compagne del collegio.

I sentimenti dei protagonisti pagina dopo pagina vengono scandagliati in profondita per poi essere riabbandonati: c’é il desiderio degli uomini che bramano la sua acerba bellezza e la colpevole inedia con cui lei lascia scorrere la propria vita,  quasi in attesa di inaspettati varchi:
«Non ho mai scritto credendo di farlo, non ho mai amato credendo di amare, ho solo aspettato davanti a quella porta chiusa», « E starò sempre lì a pentirmi di tutto quello che faccio, di tutto quello che lascio, di tutto quello che prendo»;  c’é la  meschinità del fratello maggiore, violento e profittatore, che «soffre di non poter far liberamente il male, di non disporre del male», odiato con indifferente remissività eppure parte di quella famiglia impossibile da disconoscere; c’é la fragilitá del fratello minore, incompreso e sopraffatto da tutto e da tutti, e perciò amato teneramente dalla scrittrice che tuttavia non potrà salvarlo da se stesso e dalla vita; c’é la pazza ipocrisia della madre, «imprudente, incoerente, irresponsabile», amata e disprezzata dai figli; c’é l’attrazione, la vulnerabilitá e l’amore del suo amante, fatto di una «teatralità insieme convenzionale e sincera».
Una  storia di povertà  impreziosita da felici miserie, descritta attraverso un  massiccio uso di frasi molto brevi e di ripetizioni, lasciando molto spazio ad un dialogo rapido, profondo. Una storia senza eroi, di vicende non dette, un gioco nel quale il lettore viene chiamato a protagonista assoluto, per completare con la propria immaginazione ciò che l’autrice non dice. L’intero libro trasmette la sensazione grezza di una tristezza incancellabile, una «storia di rovina e di morte che era la storia della nostra famiglia» dove una ragazzina di 15 anni può spingersi ad affermare «Credo che la mia vita abbia cominciato a delinearsi. So già parlare a me stessa, dirmi che ho vagamente voglia di morire».  Un libro che non mi pento di aver letto ma che non suggerirei ad un amico.

domenica

Doppio nodo , di Joyce C. Oates

La Oates è diventata una delle voci fondamentali della letteratura americana 
contemporanea, al suo attivo si enumerano centinaia di racconti, decine di romanzi, pubblicati col suo vero nome o con pseudonimi, saggi, testi teatrali, poesie. Una prolificità che ha spinto il New YorkTime a scrivere che “il nome della Oates è sinonimo di produttività”. Lei stessa ha confessato di scrivere più di un romanzo all’anno, lavorando metodicamente per molte ore al giorno. In un’intervista con Fernanda Pivano, la Oates dice: “Nei miei pensieri compare gente strana e si precisa lentamente davanti a me: prima le loro facce, poi la loro personalità e le storie personali, poi il loro rapporto con altra gente, che compare molto lentamente, e poi mi diventa chiaro una specie di intreccio mentre mi immagino come tutta questa gente si riunisce e che cosa sta facendo. Così divento loro: la mia personalità si immerge nella loro...Quando la storia è più o meno coerente ed è emersa dall’inconscio, allora posso cominciare a scrivere, in fretta, a volte in una specie di trance, esaltata ed esausta, per molte ore di seguito”.
Quindi gente strana e...delitti, che per lei non sono altro che un aspetto della nostra società, “Io scrivo sulle vittime della violenza”. E la descrizione del delitto diventa una denuncia a favore delle fasce più deboli della società moderna, spesso donne, nella difficoltà di vivere in un mondo pieno di violenza, che trova il suo massimo sfogo nelle pieghe tranquille della provincia americana, dove, dietro le staccionate imbiancate e le tendine di pizzo, si nascondono delitti inconfessabili. Quello che interessa la scrittrice, infatti, è smascherare la barbarie della società civile, facendola diventare un aspetto fondamentale della sua poetica.
«Dov’era morta non era dove sarebbe stata trovata. Questo era uno dei pochi fatti che avrebbero accertato. In una palude costiera vicino al litorale meridionale del jersey, ai margini dei Pine Barrens. Dove la marea crescente solleva il corpo, lo porta a galla e poi lo riconsegna gradualmente alla palude. Come dormire deve sembrare. Alla ragazza morta. Quel lento, ritmico sollevarsi e abbassarsi, sollevarsi e abbassarsi della marea. Come respirare.»
Un libro sospeso tra realtá, proiezione, delirio, che vede in un solo uomo due due anime protagoniste.
C’é Mc Bride, un uomo casa e lavoro, un «Povero papá: sgomento di fronte all’enormitá del mondo che ci si aspettava che lui esaminasse a fondo per i suoi figli. Non bastava che i bambini pretendessero amore, ogni grammo d’amore che gli potevi dare, questo l’aveva piú o meno saputo, e l’aveva giá spaventato non poco, ma oltre all’amore i bambini pretendevano che i genitori fornissero loro una mappa, affidabile, del mondo» ed un remissivo e laborioso impiegato, vittima e protegé di un megalomane, potente affarista, vecchio satiro da cui spesso «come un cane prediletto riceve improvvisamente un calcio”».
E c’é  Nighthawk, impulsivo e dotato fotografo freelance, caparbio al limite della stupidaggine nel fare quello che sente, conscio del potere che racchiude la sua arte: «Che cosa é una macchina fotografica se non un occhio di Dio?».
Entrambe le anime si fonderanno per affrontare «nome sconosciuto», un serial killer armato di martello per cacciare angeli «Perché l’angelo puó prendere una forma umana, qualche volta. Se hai occhi per vedere. Se non sei accecato dall’ignoranza. ‘Gli occhi dell’Uomo che spaziano contemplando le profonditá di mondi meravigliosi’ – se non siamo vigliacchi, per colpire con i nostri martelli».
Ma non c’é solo odio a unire il buono con il cattivo, essi sono accomunati anche da deliranti percorsi del desiderio che spingono Mc Bride a chiedersi se non sia lui stesso colpevole, una paura che sfocia in un’ossessione incontrollabile che mina la sua vita, la sua famiglia, la sua credibilità.
Letto l’epilogo resta l’amara sensazione che l’autore non abbia maturato lo sviluppo della trama, non abbia catturato il cuore pulsante della storia, impedendo di fatto la possibilitá di entrare in consonanza con i personaggi, con le loro intenzioni, credenze, pensieri, desideri. Manca alla fine la piacevole sensazione di aver letto una storia plausibile, ed il dubbio che questa prolifica candidata al nobel non abbia preferito scrivere il copione di un anonimo episodio di CSI.